Il Matto dei Tarocchi: un arcano che parla di noi
Aggiornamento: 8 ott
Dentro l’immagine di quella figura, Il Matto dei Tarocchi di Marsiglia, io ci vedevo troppe cose.
Chi era questa figura?
Dove stava andando e perché?
Perché quel cane alle calcagna?
Le Fou era prima di tutto il pazzo, quello vero, quello così imprevedibile da gettarti nell’inquietudine.
Era il giullare di corte, sempre contro, sagace e coraggioso, sempre dalla parte opposta rispetto al potere istituzionalizzato.
Era il lebbroso, solitario, che con i suoi campanelli creava vuoto intorno a sé: l’escluso.

In ognuna di quelle figure la cosa più importante che vedevo era la sua estraneità alla norma. Sia nella follis vuota del pazzo che nella lucida follia del giullare che sfida il potere, il tratto che tornava sempre era lo stare fuori, altrove.
Non era proprio questo, forse, quello che mi mancava?
Sentivo di aver perso quella facoltà di andare dove si vuole, fidandosi di ciò che si sente.
E così questa figura iniziò a raggiungermi in modi subdoli: entrava nell’ombra di uomini che finivo per amare, di donne a cui cercavo di assomigliare, di personaggi che mi facevano sognare in modo stralunato. E mentre mi attorcigliavo la vita inseguendo un’idea di chi avrei dovuto essere e avere, il folle restava per me un enigma che sembrava conoscermi bene.
Ad un certo punto intuii che avrei dovuto entrare dentro questa figura, che avrei dovuto provare a vestire i suoi panni. E così feci. Entrai in un teatro e ci rimasi per tre anni alla ricerca di questa ingenua follia. Vestivo i panni di una donnuccia in perdita, la maschera di un clown irriverente e beffardo, quelli di una contadina affamata e rabbiosa sempre alla ricerca di quello stato di abbandono lucido che sembrava distantissimo da me. Nella mia vita privata accentuai un certo tono maledetto e un po’ al limite che sentivo non appartenermi ma che mi divertii molto.

Quando il Matto dei Tarocchi usciva in una mia stesa iniziavo a comprenderne il perché.
Ma ad un certo punto, andai un po’ oltre: con il teatro, la mia vita, l’accumulo di esperienze. Persi quella grazia che avevo inizialmente. Cercavo sempre di andare dove sapevo di non trovarmi. Iniziai una storia d’amore che non parlava d’amore ma solo di volontà, difficoltà, incapacità.
Fu così che una piccola piuma di follia arrivò finalmente da me. In una folata di vento arrivò l’ansia, la perdita di controllo, la paura di tutto. Panico: non sentivo più il respiro. Le bocche si muovevano ma per me erano mute - gli occhi spaventati, la sensazione di uscire fuori dalla mia casa, dal mio corpo, forse dall'universo intero. Blackout.

Non so quanto tempo passai in quello stato che mi sembrava infinito, ma a un certo punto ricominciai a sentirmi: ero nel letto insieme a mia nonna (che era malata di Alzheimer) e mi stava tendendo semplicemente la mano. Lei caldissima e sdraiata accanto a me che bisbigliava qualcosa prima di addormentarsi e il mio cane dall’altra parte già addormentato. Finalmente sentivo: il silenzio, il respiro, il tocco, il calore, il mio corpo di nuovo mio.

Dopo quel giorno altre volte ritornò, ma capii che l’unico modo per farlo smettere era tornare in quello stato di silenzio e calore. Iniziai a meditare e a fare Yoga.
Viaggiai molto in quel periodo. Intuii che non potevo fermarmi, dovevo viandare. Avevo paura di prendere quel treno per la Toscana per quel lavoro, ma ci passai attraverso. Mi sentivo in colpa di partire in macchina con due amici in giro per l’Italia senza piano - senza quel ragazzo con cui mi stavo incaponendo - ma lo feci lo stesso.
Sapevo che in quel momento prendermi del tempo da sola avrebbe significato creare il giusto vuoto per far tornare tutta quell’ansia che di certo non volevo e che sicuramente non sentivo mia.
Mia? Io che da sempre avevo vissuto come se il tempo fosse infinito e come se la colpa realmente non esistesse. Io che non riuscivo a sentire le parole di Dio, ma riuscivo a sentire il legame profondo fra la mia mano e quella di mia nonna mentre andavamo in chiesa; io che avevo sempre cercato piacere, più che il dovere.
Io forse ero più coraggiosa di quanto non avessi mai pensato e più folle di quanto non avessi mai capito. Mi sentivo più vera e autentica che mai.
La magia ricominciò.
Ritrovai quella carta, il Matto dei Tarocchi.
Aveva appena lasciato tutto, eccitato come se avesse la febbre. Seguiva la sua strada, anche se non ne conosceva ogni passaggio e portava sempre con sé quell’animaletto, fidato ma anche capace di ricordargli del suo corpo e dei suoi bisogni: di amore, di calore, di sicurezza.
Ecco Le Fou, finalmente: un ponte fra la follia di chi vuole evadere e la necessità di stare qui.
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